Domande Frequenti (FAQ)

Aprire una Partita IVA

Qual è il momento giusto per aprire una partita IVA?

Questo fatidico momento dipende in primis dalla tipologia di attività che si intende svolgere. Per attività puramente commerciali come ad esempio la vendita di spazi pubblicitari o la vendita di prodotti (alimentari e non) a mezzo di propri portali/siti, in linea generale, non è possibile far riferimento ad una soglia limite di ricavi certificati al di sopra o al di sotto della quale aprire o meno un numero di partita IVA.

Il più delle volte, l’ “ufficializzazione” agli occhi del fisco dovrebbe essere contestuale all’inizio dell’attività pratica. Ciò per evitare di incappare in sanzioni di sorta.

Questo perché ciò conta per il fisco è il fatto che la tua attività sia “abituale”, organizzata cioè e svolta in maniera duratura e costante nel tempo e con la dovuta professionalità.
Diverso è il caso del lavoratore freelance. Per le attività di lavoro autonomo, quando sono “occasionali”, è plausibile attendere la soglia limite di 5000,00 certificati prima di aprire una partita IVA.

Ciò che può interessarti fin da subito è sapere che ad oggi, le due piú importanti agevolazioni previste dal nostro ordinamento per intraprendere una nuova attività e mettersi in proprio sono le seguenti: regime dei nuovi minimi, srl semplificate

Cosa si intende per attività commerciali?

Per attività commerciali, da un punto di vista civilistico, deve farsi riferimento all’art 2195 del codice civile. Al link seguente troverai un elenco esaustivo delle attività che può esercitare il c.d. imprenditore commerciale: http://it.wikipedia.org/wiki/Imprenditore_commerciale

In questa parte del manuale, sappi che le attività commerciali di cui tratto sono le affiliazioni, la vendita di spazi pubblicitari e tutte quelle che concernono la vendita online di prodotti alimentari e non. In sintesi ed in generale, si rende necessaria una distinzione fondamentale:

  • ai fini delle imposte dirette (si tratta in sostanza dell’irpef: http://it.wikipedia.org/wiki/Irpef ) producono reddito imponibile le attività commerciali svolte sia in via occasionale che abituale (seppur secondo modalità diverse)
  • ai fini della soggezione all’imposta sul valore aggiunto (IVA) rilevano invece le sole attività in possesso dei requisiti di professionalità e di abitualità.

Ciò, tradotto, sta a significare che è possibile realizzare ricavi a mezzo di attività commerciali senza bisogno di aprire una posizione Iva, purché permanga il requisito dell’occasionalità e purché tali introiti siano però dichiarati ai fini delle imposte sul reddito (vengano cioè inseriti in dichiarazione dei redditi). Il fatto che i guadagni, nelle fasi iniziali di avvio di un’attività online, siano assai limitati non significa che l’attività possa essere definita come occasionale.

Quand’è che un’attività può definirsi occasionale?

Quello che posso dirti è che, ad oggi, il nostro legislatore non ha ancora fornito alcuna interpretazione ufficiale del termine, applicabile ad ogni singolo caso concreto, tuttavia, valgano le seguenti indicazioni:

  • L’occasionalità, con conseguente irrilevanza ai fini IVA, sussiste solo quando l’attività è posta in essere in modo accidentale o sporadico, senza che il soggetto abbia predisposto nulla per effettuarla.
  • Non può considerarsi occasionale un’attività che si protrae nel tempo per una durata “apprezzabile”, anche se finalizzata al compimento di un’unica operazione.
  • L’esposizione di un banner quotidianamente su una pagina web, evidentemente con un intento commerciale, difficilmente sarà considerata dal fisco come un’attività occasionale.

Vendo spazi pubblicitari sul mio blog, devo aprire una partita IVA oppure posso attendere i primi introiti?

Non mi stancherò di ripetere che i requisiti della “professionalità” ed “abitualità” (i quali determinano l’applicazione dell’IVA) sussistono ogni qualvolta un soggetto ponga in essere con regolarità, sistematicità e ripetitività una pluralità di atti economici coordinati e finalizzati al conseguimento di uno scopo.

In altri termini, i già accennati presupposti non si realizzano solo nei casi in cui vengano posti in essere atti economici in via meramente occasionale (es.: la vendita isolata di un bene o il procacciamento di un singolo affare).

L’attività di “vendita di spazi pubblicitari” – cosa differente, attenzione, dai programmi di affiliazione – è un’attività “continuativa”, poiché i banner vengono mostrati 24 ore su 24.

Inoltre, quando l’attività è connessa all’utilizzo di un blog, magari attivo da alcuni anni, sarà difficile nascondere un intento per così dire puramente “lucrativo” in caso di accertamento.

Anche in questo caso, non esiste alcun soglia limite di ricavi certificati cui fare riferimento per capire se sia o meno il caso di aprire un numero di partita IVA.

La conclusione, dunque, è che per vendere spazi pubblicitari sul tuo blog, devi necessariamente avere la partita IVA. Altre soluzioni (attendere di raggiungere il limite dei 5000 euro di ricavi certificati operando nel frattempo a mezzo di ritenuta d’acconto) non sarebbero in linea con il legislatore.

Aprire una Società all’Estero

Qual è il Paese più conveniente per una posizione fiscale che mi faccia risparmiare?

Trasferire la propria residenza all’estero non è così semplice.

La perdita dello status di residente risulta estremamente difficoltosa nel nostro ordinamento, ove peraltro non risulta chiara la prova che il contribuente deve eventualmente fornire per dimostrare l’effettività del suo trasferimento.

A tal proposito, ti rimando

1) a tutto quanto detto a proposito del “trasferimento effettivo” al link seguente: http://bit.ly/IyBU6e;

2) alla risoluzione del Ministero delle finanze 14 ottobre 1988, n. 8/1329 ed alla circolare n.304/E del 1997, secondo le quali si può tranquillamente affermare che, indipendentemente dalla presenza fisica e dal fatto che l’attività lavorativa sia esplicata prevalentemente all’estero, sono indici significativi ai fini della determinazione della residenza fiscale in Italia:

  • la disponibilità di una abitazione permanente;
  • la presenza della famiglia;
  • l’accreditamento di propri proventi ovunque conseguiti;
  • il possesso di beni anche mobiliari;
  • la partecipazione a riunioni d’affari;
  • la titolarità di cariche sociali;
  • il sostenimento di spese alberghiere;
  • l’iscrizione a circoli o clubs;
  • l’organizzazione della propria attività e dei propri impegni anche internazionali, direttamente o attraverso soggetti operanti nel territorio italiano.

Qualora, sulla base dei criteri esposti, il soggetto risulti essere residente in Italia, tutti i suoi redditi, ovunque prodotti, saranno ivi assoggettati a tassazione ai sensi dell’art.3 del Testo Unico sulle imposte dei redditi (Tuir).

Solo dopo aver riflettuto sulla possibilità di sfuggire ai profili di esterovestizione può avere senso riflettere su un eventuale tax planning e sulla possibilità di insediarsi in altro Paese a fiscalità inferiore, senza perdere d’occhio, però, il mercato cui si intende riferirsi.

Cos’è che devo sapere se voglio aprire una società all’estero?

Qualsiasi persona fisica residente in Italia che apra o desideri aprire una società in un altro Paese (white list o black list poco importa) dovrà fare i conti con due principi fondamentali e cioè quello della c.d. “esterovestizione”. Ecco cosa ne pensa l’Agenzia delle Entrate:

“Il fenomeno della “esterovestizione” societaria nasce dalla prassi, in uso presso numerose realtà imprenditoriali, di collocare una o più società, riconducibili allo stesso soggetto economico, al di fuori del territorio nazionale, con il principale intento di usufruire di forme agevolate di tassazione.

E’ evidente come la scelta di costituire una società deputata alla gestione delle partecipazioni di gruppo, dei marchi, dei brevetti o quant’altro, sia di per sé del tutto legittima, anche quando l’obiettivo primario sia quello di diminuire il carico fiscale del gruppo sfruttando le legislazioni estere più favorevoli.

La questione diviene fiscalmente rilevante nell’ipotesi, in concreto piuttosto frequente, in cui la società costituita all’estero sia, di fatto, amministrata in Italia.” (Fonte: fiscoggi)

Quando una società può dirsi residente in Italia?

Ai fini dell’IRES – imposta italiana sulle società – si considerano residenti le società e gli enti che, per la maggior parte del periodo d’imposta (di solito coincidente con l’anno solare), hanno nel territorio dello Stato, in alternativa:
la sede legale;
la sede dell’amministrazione;
l’oggetto principale dell’attività.
I presupposti in esame sono fra loro alternativi: è sufficiente che uno solo di essi sia verificato perché la società possa essere considerata fiscalmente residente in Italia e, conseguentemente, qui soggetta a tassazione per i redditi ovunque prodotti nel mondo. È irrilevante la circostanza che la società sia costituita all’estero.

In pratica, per stabilire la residenza nel territorio dello Stato:

  • il primo elemento cui fare riferimento è la sede legale (che risulta dall’atto costitutivo);
  • se la sede legale non risulta fissata in Italia, occorre guardare alla sede amministrativa (in estrema sintesi da identificare con il luogo in cui vengono prese le decisioni inerenti l’operato della società);
  • se neppure la sede amministrativa è localizzata nel nostro Paese, occorre fare riferimento all’oggetto principale dell’attività (in sostanza il mercato di riferimento dell’attività principale d’impresa: dove si trovano i clienti).
  • effettivamente estabilmente esercita il potere di direzione strategica. Ai fini dell’individuazione delle “radici direzionali” della persona giuridica, dunque, assume rilievo la situazione sostanziale ed effettiva, a scapito del profilo formale ed apparente.

Esterofilia e Nomadi Digitali

Lavoro online, sono un nomade digitale, la mia attività è soggetta ad IVA italiana?

Ai fini Iva, tutte le transazioni che si svolgono completamente per via telematica ed a titolo oneroso rientrano nel novero delle attività c.d. di commercio elettronico “diretto”.

Eccone un breve elenco:

  • Progettazione, realizzazione e manutenzione siti web
  • Accesso a banche dati
  • Servizi politici, culturali, sportivi, scientifici, di divertimento
  • contratti di web-hosting
  • Formazione a distanza
  • Fornitura di software e aggiornamento degli stessi
  • Cessione di immagini, film, musica, giochi

Tutte queste attività, al pari di tutte le prestazioni rese offline, sono soggette ad IVA se prestate nell’esercizio della propria attività abituale di lavoro autonomo oppure di impresa.

Vado in giro per il mondo, dove devo pagare le tasse?

La prima cosa da fare per conoscere qual è il Paese dove devi pagare le tasse è domandarti dove sei “residente” ai fini fiscali, poiché è proprio in quel Paese che sarai soggetto a tassazione.

Qual è il criterio per stabilire dove sono residente?

Come funziona in Italia.

Nonostante il tuo business si svolga online – cioè non occupi uno spazio fisico – devi sapere che lo Stato italiano tassa la tua attività perché sei residente in Italia!

In generale, lo Stato italiano applica due criteri di tassazione:

  • “World wide income taxation” o “principio dell’universalità della tassazione” (rivolto ai cittadini residenti nel territorio dello Stato): “ti tasso sul reddito complessivo prodotto, ossia su tutti i redditi posseduti, anche se prodotti all’estero perché sei residente in Italia”.
  • “Territoriale” o “principio della fonte” (rivolto ai non residenti nel territorio dello Stato): “ti tasso perché produci reddito nel territorio dello Stato anche se non sei qui residente.”

Quand’è che devo pagare le tasse in Italia?

Per il fisco sei tassato in Italia – anche se il tuo business è online – al verificarsi di una delle seguenti ipotesi:

  • sei iscritto all’anagrafe italiana
  • sei residente italiano, oppure
  • sei domiciliato in territorio italiano e, al contempo
  • non hai stabilito il tuo domicilio all’estero per oltre la metà dell’anno solare (più di 183 giorni in un anno)

Dunque, è sufficiente che una sola delle ipotesi sopra indicate sia soddisfatta per la maggior parte dell’anno (più di 183 giorni in un anno solare) affinché un soggetto sia considerato fiscalmente residente in Italia e, pertanto, sia tassato sulla base del world wide income principle. Ovvero su tutti i suoi redditi, ovunque prodotti.

Qual è la differenza tra residenza e domicilio per le persone fisiche?

La residenza è il luogo dove hai la dimora abituale (di solito il comune alla cui anagrafe sei iscritto o hai la tua abitazione principale) Il domicilio è il luogo in cui hai stabilito la sede principale dei tuoi interessi che può coincidere o meno con il luogo di residenza (dove lavori, hai la famiglia, gli amici, ecc. ecc.) (…)”.

Se sono residente in Italia e faccio lavori per società estere devo aprire una partita IVA?

Nell’ipotesi in cui risulti residente in Italia nonostante ti trovi in giro per il mondo, la partita Iva italiana servirà se i redditi prodotti (anche all’estero) derivano da attività di lavoro autonomo (es. web designer, consulenti professionali in altri settori) oppure da attività di impresa (es. attività commerciali).

Se risulto residente all’estero e faccio lavori/consulenze per clienti (privati e/o soggetti passivi) italiani, dove pago le tasse?

Come già detto, le persone fisiche, le società e gli enti commerciali e non commerciali non residenti sono assoggettati a tassazione limitatamente ai redditi prodotti nel territorio dello Stato (le norme di riferimento a tal proposito sono da individuare negli artt. 23, 151, 153 del DPR n. 917/86).

Il reddito dei professionisti non residenti si considera prodotto in Italia se deriva da attività esercitate nel territorio dello Stato.

In tal caso, il soggetto che eroga il reddito – relativamente a prestazioni rese nel territorio dello Stato – deve operare una ritenuta del 30% a titolo d’imposta ai sensi dell’ art. 25, co. 2 del DPR 600/73.

Sono esclusi da ritenuta i compensi per prestazioni di lavoro autonomo effettuate all’estero e quelli corrisposti a stabili organizzazioni in Italia di soggetti non residenti.

Nel caso in cui sussista una Convenzione sulle doppie imposizioni (riscontrabile al seguente link: http://www.finanze.it/export/finanze/Per_conoscere_il_fisco/fiscalita_Comunitaria_Internazionale/convenzioni_e_accordi/convenzioni_stipulate.htm) il modello OCSE prevede la tassazione del reddito di lavoro autonomo nello Stato di residenza, a meno che il professionista non disponga nell’altro Stato di una base fissa strumentale per l’esercizio delle sue attività.

Professioni Informatiche

Quali sono le formalità a mio carico? Devo emettere una ricevuta? E la ritenuta d’acconto? È obbligatoria?

Le ritenute subite, in linea di principio, dovrebbero essere anticipate all’Erario (si dicono infatti “a titolo di acconto”) dal cliente a mezzo di modello di delga f24 (il modulo che solitamente si utilizza per il versamento delle imposte).
Entro il 28 febbraio dell’anno successivo a quello cui la ricevuta si riferisce, il cliente ha l’obbligo di farti pervenire una c.d. “certificazione” la quale attesti l’effettivo versamento all’Erario della ritenuta.
Tale certificazione, prevista dall’art. 4 del DPR n. 322/98, ti consentirà di scomputare (portare cioè a decremento) dalla tua irpef complessiva, l’ammontare delle ritenute da te subite in un anno.
La ris. Agenzia Entrate 19.3.2009 n. 68 ha precisato che lo scomputo delle ritenute subite sui redditi di lavoro autonomo può avvenire anche se il contribuente/sostituito non è in grado di esibire la certificazione prevista dall’art. 4 del DPR 322/98, a condizione che egli possa dimostrare l’avvenuta effettuazione della ritenuta mediante documentazione alternativa.

In particolare, l’Agenzia delle Entrate specifica che il contribuente, in caso di contestazione da parte del fisco, può produrre congiuntamente la fattura emessa nei confronti del sostituto/cliente (che non abbia effettuato il versamento) e la documentazione bancaria comprovante che l’importo è stato incassato al netto della ritenuta.

È però necessario che il contribuente alleghi una dichiarazione sostitutiva di notorietà ove egli dichiari, sotto la propria responsabilità, che la documentazione attestante il pagamento si riferisce a una determinata fattura regolarmente contabilizzata.

Professioni informatiche: ditta individuale o lavoro autonomo?

Aprire una Partita IVA

Attualmente, per molte delle professioni c.d. “informatiche” (Professioni Informatiche) é possibile scegliere se aprire una partita Iva come “ditta individuale” piuttosto che come “lavoratore autonomo”.

La scelta – la quale in linea di massima dipende dalle caratteristiche dell’attività che si intende svolgere – comporta differenti implicazioni sia per quanto concerne gli adempimenti amministrativi e burocratici (specialmente quelli iniziali) sia per quanto attiene le conseguenze soprattutto a livello contributivo.

Ecco un articolo per chi vuole approfondire la questione: La scelta tra ditta individuale e lavoro autonomo per le attività online quando il confine è labile

La Ditta Individuale è la forma più semplice d’impresa prevista dall’ordinamento italiano. Si tratta, sostanzialmente, di un’impresa di proprietà di un’unica persona che assume a tutti gli effetti il ruolo dell’imprenditore.

Il Libero Professionista, invece, è un soggetto che esercita un’attività professionale in modo indipendente.

Considerando che, tipicamente, nel linguaggio comune per freelance si vuole intendere la seconda delle due categorie citate – professionisti/lavoratori autonomi – è a questi ultimi che farò riferimento nel testo che segue e cioè a coloro la cui attività, in sintesi:

  • si sostanzia in un’opera o un servizio
  • prestato con lavoro prevalentemente proprio e
  • senza vincolo di subordinazione nei confronti del committente.

Qual è la soglia di ricavi da superare per aprire un numero di partita Iva?

Per quanto riguarda le attività di consulenza espletate in qualità di lavoratori autonomi, in linea generale, è possibile – al verificarsi di determinate condizioni – attendere di aver incassato 5000,00 euro di ricavi certificati.

Parlo di web designer e webmaster, ma anche di insegnanti e consulenti che vogliono trarre una fonte di reddito dalle proprie risorse e conoscenze particolari.

Va da sé che ogni singolo caso merita la sua attenzione ed analisi particolareggiata.
È senz’altro possibile però tracciare delle linee guida di riferimento trattando delle “prestazioni occasionali”.

Cosa sono le “prestazioni occasionali”?

Sono delle prestazioni fornite, in cambio di un compenso da lavoratori autonomi che non devono avere né il carattere di continuità – trattasi di prestazioni isolate – né vincoli di subordinazione nei confronti del committente – altrimenti potrebbe ricadersi nella fattispecie delle collaborazioni coordinate e continuative.

In base all’art. 61, co. 2, D.Lgs. n. 276/2003 (attuativo della c.d. “riforma Biagi”), si considerano “occasionali” le prestazioni caratterizzate:

  • dalla durata non superiore ai 30 giorni con il medesimo committente/cliente nel corso dell’anno solare; dall’ammontare annuo complessivo percepito non superiore a 5.000,00 euro

Come faccio a capire se posso effettuare una prestazione occasionale?

Ricapitolando, per guadagnare evitando di aprire una partita Iva, presterai i tuoi servizi:

  • con lavoro prevalentemente proprio (effettuerai la prestazione basandoti principalmente sulle tue conoscenze e risorse personali)
  • in autonomia, senza cioè vincolo di subordinazione nei confronti del committente/cliente (in assenza cioè di contratti di assunzione o collaborazione)
  • con il carattere dell’occasionalità (una prestazione per ogni cliente non durerà più di 30 giorni complessivi).

Per esempio, la realizzazione di un sito Internet così come la stesura di un articolo, può avvenire in autonomia, mentre lo svolgimento delle mansioni di commesso, cameriere o manovale ha in sé caratteristiche più marcatamente riconducibili al rapporto subordinato, per queste ultime sarà difficile dunque rientrare nelle prestazioni occasionali, per quanto possano essere il frutto di azioni di lavoro isolate.

Quali sono le formalità a mio carico? Devo emettere una ricevuta? E la ritenuta d’acconto? È obbligatoria?

Ai sensi dell’art. 25-bis del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, colui che ha commissionato la prestazione (il tuo eventuale cliente in sostanza), all’atto del pagamento, in qualità di “sostituto d’imposta” (Sostituto d’imposta), dovrà operare sulle somme erogate una ritenuta del 20% a titolo di acconto sull’ Irpef.

Tradotto in obblighi formali a tuo carico, ciò significa che dovrai rilasciare al committente (l’azienda che ti paga per l’affiliazione in sostanza) una notula indicante tanto il corrispettivo della prestazione quanto l’ammontare della ritenuta che a titolo di acconto il committente dovrà effettuare.

Per importi superiori ai 77,46 € occorre applicare una marca da bollo di 1,81 €. Tale documento sottoscritto fungerà da ricevuta.

La ritenuta sarà effettuata solo dai soggetti passivi (imprese, professionisti con partita Iva).

Pertanto, se il tuo cliente fosse invece in soggetto privato (non dotato di partita Iva) nessuna ci sarà nessuna ritenuta.
I costi documentabili ed inerenti la produzione del reddito potranno essere, successivamente, da te dedotti in sede di denuncia dei redditi (Modello 730 o UNICO).

Ho emesso una ricevuta per prestazione occasionale, ma il mio cliente non ha versato l’importo relativo alla ritenuta, come mi devo comportare?

Le ritenute subite, in linea di principio, dovrebbero essere anticipate all’Erario (si dicono infatti “a titolo di acconto”) dal cliente a mezzo di modello di delga f24 (il modulo che solitamente si utilizza per il versamento delle imposte).

Entro il 28 febbraio dell’anno successivo a quello cui la ricevuta si riferisce, il cliente ha l’obbligo di farti pervenire una c.d. “certificazione” la quale attesti l’effettivo versamento all’Erario della ritenuta.

Tale certificazione, prevista dall’art. 4 del DPR n. 322/98, ti consentirà di scomputare (portare cioè a decremento) dalla tua irpef complessiva, l’ammontare delle ritenute da te subite in un anno.

La ris. Agenzia Entrate 19.3.2009 n. 68 ha precisato che lo scomputo delle ritenute subite sui redditi di lavoro autonomo può avvenire anche se il contribuente/sostituito non è in grado di esibire la certificazione prevista dall’art. 4 del DPR 322/98, a condizione che egli possa dimostrare l’avvenuta effettuazione della ritenuta mediante documentazione alternativa.

In particolare, l’Agenzia delle Entrate specifica che il contribuente, in caso di contestazione da parte del fisco, può produrre congiuntamente la fattura emessa nei confronti del sostituto/cliente (che non abbia effettuato il versamento) e la documentazione bancaria comprovante che l’importo è stato incassato al netto della ritenuta.

È però necessario che il contribuente alleghi una dichiarazione sostitutiva di notorietà ove egli dichiari, sotto la propria responsabilità, che la documentazione attestante il pagamento si riferisce a una determinata fattura regolarmente contabilizzata.

Ho già una partita Iva, posso effettuare comunque una prestazione occasionale?

La prestazione occasionale genera, ai fini irpef, un reddito c.d. “diverso”.

È assolutamente possibile, ad esempio, effettuare una consulenza isolata relativa alla costruzione di un sito web (o costruire un sito web) anche se sei già in possesso di un numero di partita Iva aperto, magari, come fotografo professionista.

La tua attività professionale di fotografo genera infatti un reddito di lavoro autonomo, mentre la prestazione occasionale genera un reddito come ho già detto “diverso”. Ciascuna delle due tipologia di reddito prodotto troverà un apposito spazio nella dichiarazione dei redditi.

In tal modo, i generi prodotti si sommano e si applica l’aliquota irpef corrispondente allo scaglione di reddito complessivo.
L’importante è che la prestazione (la costruzione del sito web) sia davvero occasionale e non abbia perciò attinenza con la professione svolta invece in maniera abituale (quella di fotografo nell’esempio).

Posso esercitare più di un’attività? Per farlo è necessario aprire più di un numero di partita Iva?

È assolutamente possibile esercitare più di un’attività allo stesso tempo. Teoricamente non esiste un limite riguardo alle tipologie di attività che è possibile esercitare, per quanto siano diverse tra loro, va da sé che il limite maggiore sarà quello pratico.

È necessario indicare per ogni attività il Codice Atecofin corrispondente (vedi la classificazione delle attività economiche: http://it.wikipedia.org/wiki/ATECO).

Di seguito un valido strumento predisposto dall’Istat per individuare il codice attività che meglio ti si addice: http://www3.istat.it/strumenti/definizioni/ateco/atecoactr.php

In genere, in sede di apertura di partita Iva ti basterà indicare quale sia l’attività principale e quali siano quelle secondarie.

In ogni caso, devi sapere che:

  • ciascun soggetto deve possedere un unico numero di partita IVA che lo identifica e che deve essere utilizzato per tutte le attività esercitate (identificate dai corrispondenti codici attività come appena detto) e per tutti gli adempimenti eseguiti
  • ogni contribuente deve tenere una sola contabilità ed i suoi registri accoglieranno pertanto tutte le operazioni relative alle attività esercitate (le quali confluiranno evidentemente in unico e complessivo volume d’affari).

Ecco alcuni Link utili di approfondimento:
- http://www.soldielavoro.it/guide/aziende-e-imprese/come-esercitare-piu-attivita-con-la-stessa-partita-iva.html

Se esercito più attività (es. una di lavoro autonomo e una prettamente commerciale come la vendita di prodotti) come mi comporto con il fisco?

In alcuni casi specifici, espressamente indicati dalla legge, è necessario “separare” le attività e tenere cioè due contabilità distinte ai fini IVA per ciascuna delle attività esercitate.

È il caso di chi abbina all’attività di lavoro autonomo (web designer freelance) a quella di impresa (vendita commerciale).
Chi svolge una o più attività di impresa ed al contempo esercita una o più attività di lavoro autonomo deve “separare” le une dalle altre. Deve cioè contabilizzarle separatamente ai fini IVA.

Nel link seguente puoi trovare disciplinati i casi in cui è obbligatorio per legge separare le attività ed i casi in cui la separazione è, invece, solamente facoltativa: http://www.fiscooggi.it/attualita/articolo/dichiarazione-ed-esercizio-di-piu-attivita-1

In tutti i casi in cui la contabilità sia separata (per obbligo o per scelta), dovrai:

  • tenere registri contabili separati per ciascuna delle attività
  • emettere fatture che seguano numerazioni differenti per ciascuna attività
  • effettuare distintamente la registrazione delle operazioni
  • effettuare distinte liquidazioni dell’imposta ma con versamento unico (in sostanza per ciascuna delle attività svolte determinerai l’ammontare IVA da liquidare – dovuto al fisco – ma pagherai il tutto a mezzo di un unico modulo di versamento c.d. F24)

Sono un Lavoratore dipendente, posso aprire una partita IVA per iniziare al contempo una nuova attività personale?

Sono un Lavoratore dipendente, posso aprire una partita IVA per iniziare al contempo una nuova attività personale?
Il linea teorica, vale quanto detto alla precedente domanda per le prestazioni occasionali ed i redditi di lavoro autonomo.

Il sistema tributario italiano prevede, ai fini irpef, la contemporanea sussistenza di ben sei categorie reddituali (redditi di lavoro autonomo e assimilati, redditi di lavoro dipendente e assimilati, redditi di capitale, redditi fondiari, redditi di impresa, redditi diversi).

Ciascuna delle categoria indicate è suscettibile di generare un reddito che viene determinato secondo proprio caratteristiche e modalità. La dichiarazione dei redditi serve poi a calcolarne la sommatoria in modo da applicare su quest’ultima la relativa aliquota irpef.

In linea di principio, dunque, è possibile effettuare differenti tipologia di attività e che generino redditi inerenti alle differenti categorie indicate.

I lavoratori dipendenti potranno aprire una partita Iva ma solo dopo aver letto attentamente il contratto che li lega al proprio datore di lavoro.

In linea di massima, ad esempio, per i dipendenti pubblici è richiesta l’esclusiva. Questi ultimi, pertanto, non potranno dedicarsi ad attività di lavoro autonomo a meno di ottenere prima una specifica autorizzazione da parte delle autorità competenti.